ACCORDI BILATERALI SVIZZERA-UE: LA CAMERA DEI CANTONI MOSTRA I MUSCOLI
Il Consiglio degli Stati ha passato al setaccio i nuovi trattati con l’Unione Europea. È il primo giorno del dibattito sui trattati con l’UE alle Camere federali. Da oltre cinque ore si susseguono interventi e argomentazioni. In aula vi è anche il consigliere federale Ignazio Cassis, che illustra i risultati dei negoziati. Il ministro degli esteri ripercorre uno a uno tutti i punti essenziali. Ognuno di essi rappresenta, a suo giudizio, un successo negoziale, ma anche una tappa della via speciale seguita dalla Svizzera, una strada che negli anni si è fatta sempre più lunga. I cosiddetti accordi Bilaterali III sono racchiusi in ben 2’228 pagine. A un certo punto Cassis si toglie gli occhiali da lettura. Solleva lo sguardo dai fogli e osserva l’assemblea. Il discorso preparato resta sul tavolo mentre, con frasi brevi, traccia un quadro della Svizzera nel 2026: “Bruxelles non aspetta il nostro Paese. E nemmeno l’ONU a New York o il Mercosur aspettano la Svizzera. Ma la nostra voce viene ascoltata. La piccola Svizzera figura tra le 20 maggiori economie del mondo. Questo ci conferisce una certa forza. Ma per conservarla abbiamo bisogno di mercati di sbocco”. Si tratta di un raro momento di passione politica senza filtri. Una passione che finora era mancata in questo dossier, soprattutto da parte del Consiglio federale. Il consigliere agli Stati dell’Unione democratica di centro (UDC, destra conservatrice) Hannes Germann pone la questione in questi termini: “Quale Paese sovrano delega parti importanti della propria legislazione a uno Stato straniero e, per di più, paga per farlo?”. La “senatrice” socialista Franziska Roth rassicura invece i critici: “Solo perché i trattati contengono molte pagine dovrebbero essere una trappola?”. E aggiunge ciò che, a suo avviso, spiega le 2’228 pagine del dossier: “Questo si chiama Stato di diritto”. L’esponente del Centro Beat Rieder, vallesano, spiega quindi perché, a suo giudizio, il recepimento dinamico del diritto europeo mette in pericolo la democrazia svizzera, richiamandosi anche a paralleli storici fino ai trattati coloniali. Secondo una proposta approvata dalla Camera, chi ha percepito assistenza sociale non dovrebbe poter ottenere un permesso di soggiorno permanente in Svizzera. Un’altra proposta prevede che le persone immigrate presentino un estratto del casellario giudiziale. Misure compatibili con la libera circolazione delle persone? No, avverte il ministro della giustizia Beat Jans. Nonostante ciò, il Consiglio degli Stati le approva. Poiché la doppia maggioranza attribuisce più peso ai Cantoni piccoli e tendenzialmente conservatori, essa riduce le probabilità di successo degli accordi alle urne. La posta in gioco è quindi eminentemente politica. La questione è tanto più delicata per i membri del Consiglio degli Stati, che rappresentano al tempo stesso il loro Cantone e il loro partito. A chi devono sentirsi maggiormente legati?. Alla fine la Camera si pronuncia chiaramente a favore della doppia maggioranza con 23 voti contro 17. A sostenerla sono anche esponenti della sinistra e del Centro. Non è stata l’unica occasione, durante questa sessione, in cui il Consiglio degli Stati ha ricordato al Governo chi detiene l’ultima parola. La Camera dei Cantoni è intervenuta correggendo la situazione con una determinazione che rasentava la protesta: 32 voti contro 5. Tra gli altri temi forti della sessione, va segnalato il primo paletto piantato nel campo della regolamentazione bancaria. La ministra delle finanze Karin Keller-Sutter ha riassunto il nodo della questione con una domanda semplice: “Chi deve assumersi i rischi che una grande banca corre all’estero? Gli azionisti oppure anche i contribuenti svizzeri?”. La Camera le ha dato ragione. In futuro UBS dovrebbe coprire le proprie filiali estere con un livello di capitale proprio di qualità primaria pari al 90%. Anche su questo punto la decisione finale spetterà ancora al Consiglio nazionale. Un altro tema centrale della sessione è stato quello della difesa. “La Svizzera si è presa molto tempo per riflettere su come rafforzare la propria sicurezza.”, ha avvertito il ministro della difesa Martin Pfister. Ma talvolta il senso di urgenza prevale sulle resistenze politiche: i fondi sono stati approvati. Resta però la sensazione che la controversia sugli F-35 non sia affatto chiusa e che la vera battaglia debba ancora cominciare. (ICE BERNA)
Fonte notizia: SWI swissinfo.ch
